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La benzina in tempo di guerra (Storie svizzere 2014, da Gianluca Grossi) - Swiss Press Award

Scatti realizzati con un gruppo di ragazzi che si sono "convertiti" alla raffinazione del
Scatti realizzati con un gruppo di ragazzi che si sono "convertiti" alla raffinazione del
Photo / Storie svizzere
2014

La benzina in tempo di guerra

Gianluca Grossi

Provincia di Deir ezZor, nell’est della Siria, nei pressi del villaggio di Muhassan (o Mohassen o Mohassan), poco distante dal confine con l’Iraq. È uno spettacolo frequente, sempre più comune. Basta avvicinarsi per capire che c’entra il petrolio: litri e litri di petrolio. Ragazzi anneriti dal fumo e dal grasso sono occupati nella raffinazione artigianale del greggio. Una nuova corsa all’oro, redditizia, certo, ma anche pericolosa: questa lavorazione selvaggia ha già causato numerosi feriti. Importanti anche le conseguenze ambientali in un’area agricola attraversata dal fiume Eufrate.
Nell’est della Siria, i ribelli hanno catturato la maggior parte dei pozzi di petrolio gestiti dal governo, incluso quello, molto grande, di al-Omar. I ribelli sono incapaci di raffinare il greggio su larga scala: le principali strutture di lavorazione della Siria si trovano a Homs e Banias, città sempre controllate dall’esercito regolare. A portarlo via dai pozzi di estrazione ci pensano persone che fino a ieri lavoravano nei campi, che oggi sono diventati raffinerie a cielo aperto. Il greggio viene dato alle fiamme e il vapore prodotto viene raffreddato attraverso il passaggio in una condotta scavata sotto terra. Al termine della lavorazione, sul mercato – a un prezzo ormai quadruplicato - finiscono benzina e diesel di cui la popolazione e i ribelli hanno sempre più bisogno. Parte del greggio raffinato sembrerebbe destinata, stando ad alcune informazioni, anche al mercato nero in Turchia.
Prima della guerra, quello petrolifero era uno dei pilastri dell’economia siriana, con una produzione di 380,000 barili al giorno, destinati anche all’esportazione. Nel 2010 il petrolio aveva portato nelle casse del governo oltre 3 miliardi di dollari. La perdita di un numero importante di pozzi petroliferi costituisce un duro colpo per il regime del presidente Bashr Al Assad.

Sito web Informazione RSI (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana)

Photo / Storie svizzere
2014

Gianluca Grossi

Provincia di Deir ezZor, nell’est della Siria, nei pressi del villaggio di Muhassan (o Mohassen o Mohassan), poco distante dal confine con l’Iraq. È uno spettacolo frequente, sempre più comune. Basta avvicinarsi per capire che c’entra il petrolio: litri e litri di petrolio. Ragazzi anneriti dal fumo e dal grasso sono occupati nella raffinazione artigianale del greggio. Una nuova corsa all’oro, redditizia, certo, ma anche pericolosa: questa lavorazione selvaggia ha già causato numerosi feriti. Importanti anche le conseguenze ambientali in un’area agricola attraversata dal fiume Eufrate.
Nell’est della Siria, i ribelli hanno catturato la maggior parte dei pozzi di petrolio gestiti dal governo, incluso quello, molto grande, di al-Omar. I ribelli sono incapaci di raffinare il greggio su larga scala: le principali strutture di lavorazione della Siria si trovano a Homs e Banias, città sempre controllate dall’esercito regolare. A portarlo via dai pozzi di estrazione ci pensano persone che fino a ieri lavoravano nei campi, che oggi sono diventati raffinerie a cielo aperto. Il greggio viene dato alle fiamme e il vapore prodotto viene raffreddato attraverso il passaggio in una condotta scavata sotto terra. Al termine della lavorazione, sul mercato – a un prezzo ormai quadruplicato - finiscono benzina e diesel di cui la popolazione e i ribelli hanno sempre più bisogno. Parte del greggio raffinato sembrerebbe destinata, stando ad alcune informazioni, anche al mercato nero in Turchia.
Prima della guerra, quello petrolifero era uno dei pilastri dell’economia siriana, con una produzione di 380,000 barili al giorno, destinati anche all’esportazione. Nel 2010 il petrolio aveva portato nelle casse del governo oltre 3 miliardi di dollari. La perdita di un numero importante di pozzi petroliferi costituisce un duro colpo per il regime del presidente Bashr Al Assad.

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